Partito di Alternativa Comunista

Sul salario minimo legale Nota del Dipartimento sindacale del Pdac

Sul salario minimo legale

 

 

 

Nota del Dipartimento sindacale del Pdac

 

 

Scorrendo le pagine dei giornali e navigando sui social pare che d’un tratto ci si sia accorti che i salari dei lavoratori in Italia sono tra i più miseri d’Europa e, stando agli ultra citati dati Ocse, sicuramente gli ultimi in termini di crescita (fermi al palo dal 1990). L'hashtag «#salariominimo» è spesso in cima alle classifiche delle tendenze nazionali dei principali social, dove si dibatte animatamente circa l’introduzione di una soglia minima salariale.

 

Potere d’acquisto: una lotta centrale

La questione salariale o, più correttamente, del potere d’acquisto dei lavoratori (poiché il salario dev’essere rapportato col costo della vita), è centrale e prioritaria. L’impennata inflattiva sommata ai rinnovi della contrattazione collettiva siglati dalle direzioni di Cgil, Cisl e Uil (per non parlare dei contratti scaduti da anni e non rinnovati) hanno come risultante una vera e propria odissea quotidiana per i lavoratori che devono far sopravvivere le loro famiglie.
Come partito non mancheremo di sostenere con forza tutte le lotte dei lavoratori per un salario dignitoso e appoggeremo le rivendicazioni in tal senso e le piattaforme che le conterranno: dal salario minimo legale all’introduzione della scala mobile, passando per l’abolizione dell’Ipca.
Questo sostegno incondizionato alle lotte dei lavoratori però non deve impedirci di articolare alcuni ragionamenti critici utili a organizzare meglio la nostra prospettiva di lotta.

 

Le proposte della borghesia e dei riformisti

In Parlamento sono state presentate due proposte di legge, una su cui convergono le forze di «opposizione» parlamentare (Pd, M5s, Sinistra italiana, Azione, Europa verde e + Europa) che prevede un salario minimo di 9 euro l’ora (!) che verrà eventualmente adeguato tramite un’apposita commissione; l’altra, più progressiva (tanto a scrivere non costa nulla), di Unione popolare, che propone 10 euro l’ora e vanta, a detta dei promotori, un adeguamento salariale per una platea più ampia, l’indicizzazione automatica e non subordinata a delle commissioni e l’incremento in busta paga totalmente a carico dei padroni, senza oneri per la finanza pubblica.
Unione popolare, che potremmo chiamare anche «Unione elettorale», poiché unisce per mire elettoralistiche quel che rimane di Rifondazione comunista e del pantano riformista che a cavallo tra il 20° e il 21° secolo ha sostenuto i governi borghesi di centrosinistra e le loro politiche antioperaie, definisce la proposta delle opposizioni «salario misero» e crede — parrebbe un esercizio di autoironia, se non fosse che costoro si prendono sul serio — di smarcarsi dalla miseria con un euro lordo in più. Ciò che è evidente è che entrambe le proposte sono alquanto deludenti: ci si dimentica che i salari vanno misurati sul loro potere d’acquisto, e che i salari italiani non avanzano da oltre trent’anni.
In sintesi, nessuno si sta ponendo il problema di far recuperare il potere d’acquisto perduto in tre decenni ai salari italiani, si vuole allineare al resto dei salari bassi quella parte minoritaria che percepisce salari ancora più bassi, senza nemmeno contare che stiamo parlando di importi tabellari che l’universo del lavoro nero e del lavoro grigio nel mare degli appalti non vedono nemmeno col binocolo.

 

Ci pensa Brunetta…

La presidente Giorgia Meloni individua nel Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro presieduto da Renato Brunetta, alfiere berlusconiano e storico castigatore di dipendenti pubblici, l’ente preposto a meglio individuare le soluzioni di contrasto al lavoro povero. Dal cilindro del Cnel esce così un documento che, manco a dirlo, riesuma tre grandi cavalli di battaglia della politica economica borghese: 1) legare i salari alla produttività, quindi per guadagnare di più devi produrre e spaccarti la schiena di più; 2) riforma fiscale, vale a dire decontribuzione e partecipazione dei lavoratori, ergo l'aumento se lo pagano i lavoratori coi soldi delle loro pensioni; 3) favorire lo sviluppo della contrattazione di secondo livello, così solo i settori più ricchi della borghesia potranno permettersi di elargire qualche spicciolo in più, il resto rimarrà alla mercé della contrattazione nazionale dell’elemosina gestita dalle direzioni di Cgil, Cisl e Uil. Un manifesto che avrebbe potuto scrivere Confindustria. E che verosimilmente lo ha scritto.

 

Le vie dell’elusione sono infinite

Un primo scontro a monte si sta svolgendo sullo strumento: la legge o la contrattazione? Qui è opportuno ribadire che sarà solo la lotta di classe a dare sostanza ed efficacia alla rivendicazione salariale. Entrambi gli strumenti, senza il protagonismo della classe operaia, sono contenitori vuoti e un’arma a doppio taglio.
Dai padroni e dai loro agenti in seno al movimento operaio dobbiamo aspettarci sempre il peggio. Anche laddove venisse introdotto un misero salario minimo legale, già sappiamo che verrebbe facilmente eluso coi lavori nero e grigio. Probabilmente, inoltre, i padroni cercherebbero, con la scontata collaborazione delle direzioni sindacali maggioritarie, di assestare i salari sulla soglia definita «minima».
D’altro canto la contrattazione gestita dalle maggiori direzioni sindacali confederali, circoscritta ai tavoli col padrone e senza l’organizzazione del necessario conflitto di classe, si traduce in contratti da miseria, alcuni oltre il limite della decenza (vedi Multiservizi e Servizi fiduciari…).

 

La nostra proposta

In conclusione, daremo il massimo sostegno e saremo parte attiva nella lotta per aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori, consapevoli che sarà solo lottando che potremo conquistare realmente dei salari dignitosi: la storia ci insegna che i lavoratori, il giorno dopo aver conquistato delle leggi per loro progressive, devono lottare affinché queste vengano rispettate e non eluse; al contempo i padroni, sotto la pressione degli operai in lotta, fanno qualche concessione per smorzare le lotte e saranno sempre pronti, appena le condizioni sociali lo permetteranno, a riprendersi tutto con gli interessi.
In questa fase storica, dove non assistiamo, al netto di qualche lodevole eccezione, a scenari di lotta di classe diffusa, è bene sospettare che chi oggi propone leggi sul salario minimo lo faccia strumentalmente per darsi una verginità politica dopo decenni di attacchi (da parte dei maggiori partiti dell’opposizione parlamentare) e di tradimenti (da parte dei partiti della sinistra riformista).
È importante unire tutte le lotte superando gli steccati di categorie e collocazioni sindacali per meglio contrastare gli attacchi dei padroni e di questo governo reazionario. In una società divisa in classi che hanno interessi materiali inconciliabili i lavoratori dovranno sempre conquistare i loro diritti e i loro salari con la lotta.
Per questo, Alternativa comunista fa appello alle operaie e agli operai, alle lavoratrici e ai lavoratori di tutti i settori, a partire da quelli più sfruttati e con le buste paga più basse, a organizzare iniziative di sciopero e di lotta in ogni luogo di lavoro, diffidando di quei dirigenti sindacali che propongono rinnovi contrattuali senza organizzare il conflitto.
Le lotte operaie e sindacali dovranno porre all’ordine del giorno il diritto al lavoro e a salari dignitosi, rivendicando:

- Salari e pensioni dignitosi adeguati, in modo automatico, al costo della vita: se il paniere della spesa raddoppia i costi, devono automaticamente raddoppiare anche i salari e le pensioni degli operai.

- Minimo salariale rigorosamente garantito: nessun salario mensile, sia a tempo pieno che part-time, può essere inferiore ai 1500 euro netti.

- Riduzione a parità di salario delle ore lavorative, per assorbire la disoccupazione e alleggerire il lavoro di chi è già assunto.

- Esproprio e nazionalizzazione delle aziende che producono e distribuiscono energia per contrastare i rincari delle bollette.

- Avvio di un piano di edilizia popolare, con lavoratori edili assunti direttamente dallo Stato (e senza impiego di cooperative), per garantire a tutti i lavoratori l’affitto o l’acquisto di una casa.

- Azzeramento dei debiti dei lavoratori con le banche private. Creazione di una banca di Stato che permetta mutui e prestiti davvero vantaggiosi.

Siamo consapevoli che solo il rilancio di una stagione di lotte operaie e di massa potrà permetterci di strappare qualche conquista.

La lotta sindacale non basta: è necessario anche lottare politicamente contro questo sistema iniquo e criminale, perché solo liberandoci dal capitalismo le nostre conquiste saranno al sicuro e la ricchezza prodotta dal proletariato non sarà più espropriata da una minoranza improduttiva di miliardari.

 

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