Partito di Alternativa Comunista

Riaprire le scuole? Sì, ma non così!

Riaprire le scuole? Sì, ma non così!


La farsa pericolosa della riapertura senza sicurezza

 

 

Dipartimento sindacale di Alternativa Comunista  

 

 

 

La chiusura delle scuole ha rappresentato, nei mesi scorsi, un problema gigantesco: per gli studenti, anzitutto, che si sono trovati privati di un loro diritto, quello all’istruzione. Ma anche per i genitori, che hanno dovuto affrontare situazioni inenarrabili: le donne sono state le principali vittime, dato che la società maschilista nella quale viviamo dà per scontato che su di loro debba ricadere la parte principale del lavoro di cura ed educazione dei figli. Il dramma di milioni di poveri, di lavoratrici e lavoratori, che si sono trovati per settimane rinchiusi in casa dovendo occuparsi dei figli in condizioni di grande disagio, spiega perché l’esigenza di riaprire le scuole è molto diffusa nella classe lavoratrice.
Il governo ha annunciato di voler riaprire le scuole a settembre. Ma come apriranno gli istituti scolastici, in un contesto italiano e mondiale ancora fortemente colpito dall’epidemia (checché ne dicano i settori di estrema destra che ci spiegano che “il virus non esiste”)?

Miliardi ai capitalisti, briciole alla scuola
Se i decreti del governo Conte sono stati estremamente generosi con le grandi imprese capitaliste del Paese (sono più di 500 miliardi i finanziamenti pubblici alle aziende), non si può certo dire lo stesso in relazione ai servizi pubblici. Fin dall’inizio, quando le scuole sono state chiuse ed è stata avviata la didattica a distanza, ben poco è stato stanziato per evitare la dispersione scolastica: di fatto centinaia di migliaia di studenti sono rimasti senza collegamento internet, senza uno spazio dove poter studiare o senza un dispositivo, cioè senza la possibilità di accedere alle lezioni on line.

Nel decreto Cura Italia, in vista dell’avvio dell’apertura delle scuole a settembre (e della già avvenuta riapertura per un inutile esame di maturità in presenza), per la scuola è stata stanziata la miseria di 43,5 milioni di euro! Diciamolo senza giri di parole: una cifra così irrisoria non sarebbe sufficiente nemmeno a garantire un inizio dignitoso dell’anno scolastico in condizioni ordinarie, figuriamoci nella pandemia!
Lo sanno molto bene gli studenti e il personale scolastico: le nostre scuole sono in condizioni penose, sia dal punto di vista degli spazi fruibili, sia dal punto di vista dell’edilizia. Non è un caso che, in passato, nelle zone colpite da eventi sismici, decine di istituti si siano letteralmente accartocciati su sé stessi alla prima scossa (per fortuna, nella maggioranza dei casi, per puro caso, questo è avvenuto di notte). Ci troviamo a lavorare o studiare in scuole dove non ci sono nemmeno sufficienti aule per tutte le classi, gli istituti si arrangiano come possono: classi migranti che aspettano che si liberi un’aula, utilizzo di container nei cortili, aule prive di finestre ricavate in angoli della scuola, ecc.
Stanziare 43,5 milioni di euro significa di fatto fare qualche piccola manutenzione a edifici scolastici che oggi versano in condizioni penose. Il ministero e il governo ci aggiungono la beffa: garantiscono – è scritto nero su bianco - che “in ogni caso è garantito un finanziamento pari alla soglia minima di 500 euro per ogni scuola”. Con 500 euro si comprano, di solito, le patatine e le bibite per il rinfresco di fine anno…

Distanziamenti, sanificazione e mascherine
La ministra Azzolina è stata chiara: ammette che esiste il problema delle “classi pollaio” (classi che arrivano fino a 35 alunni), dice che sarà possibile utilizzare una parte del “Recovery fund” per cercare di risolverlo, ma aggiunge: “per settembre non ce la facciamo”, i fondi del Recovery fund saranno, forse, utilizzabili per l’anno scolastico successivo… Inoltre, è previsto un piano di assunzioni irrisorio, che nemmeno serve a compensare i pensionamenti da quota 100. Il messaggio è chiaro: a settembre si torna a scuola con le classi e con il personale nella condizione in cui si trovano oggi.
E qui inizia lo il vergognoso teatrino sulla presunta sicurezza, di cui nelle scuole superiori si è già avuto un primo assaggio con gli esami di maturità in presenza (fortemente voluti da Confindustria per giustificare il “ritorno alla normalità”: si vedano le campagne del Corriere della Sera e del Sole24ore). Per la scuola pubblica soldi non ce ne sono: questo è il punto di partenza del governo e delle Regioni. Ciò spiega perché, secondo le indicazioni del cosiddetto Comitato tecnico scientifico (e dei Protocolli sottoscritti dalle burocrazie sindacali), le norme per “aprire in sicurezza” sono ancora più blande di quelle, anch’esse insufficienti, delle fabbriche e degli altri luoghi di lavoro. Eppure, quasi tutti i virologi non prezzolati non hanno dubbi: le scuole sono il luogo più a rischio in caso di epidemia. Non sappiamo ancora quali saranno le indicazioni precise del Comitato (le renderanno note in questi giorni), ma possiamo facilmente immaginarle.
Abbandonata l’idea balzana delle divisioni in plexiglas, si è passati all’idea geniale dei “test sierologici” per tutto il personale, docente e non docente, prima dell’avvio dell’anno scolastico. Non è necessario essere un medico per capire che si tratta di una mera mossa propagandistica che serve a ben poco: se anche il personale risultasse a inizio anno “non contagiato”, questo non impedirebbe la diffusione del contagio tra gli studenti e, di conseguenza, subito dopo, tra il personale. Tanto più che non è previsto nessun potenziamento del trasporto pubblico: gli studenti come sempre arriveranno a scuola stipati nei bus, sui pullman o nelle metropolitane.
La sanificazione tramite ditte specializzate sarebbe un costo troppo grande per un’attività, come la scuola, che non genera profitto, per questo – come ha scritto il Comitato tecnico scientifico nelle indicazioni per gli esami di maturità – nelle scuole è “sufficiente una pulizia approfondita con detergente neutro” ad opera di bidelli (!). Bidelli che, guarda caso, sono stati già allertati a non prendersi le ferie a fine agosto perché dovranno tornare a scuola… ad occuparsi della “pulizia approfondita” contro il Covid-19!
Si fa poi appello a un impossibile distanziamento: si raccomanda ai docenti di non avvicinarsi agli alunni (spiegatelo alle maestre della scuola dell’infanzia e della primaria…) e ci si prepara a separare tutti i banchi (dove si potrà). Degne di nota le indicazioni della Conferenza delle Regioni (che temono di dover sborsare troppi soldi): suggeriscono di evitare persino l’utilizzo delle mascherine (“niente mascherina per gli studenti durante le lezioni”, “gli insegnanti non dovranno essere protetti in viso durante le lezioni”) e propongono di risolvere ogni problema con una “ricreazione più lunga”!
Si parla della possibilità di usare spazi comunali (musei, biblioteche, ecc.), ma è risaputo che questi spazi sono assolutamente insufficienti. Tutto viene lasciato all’autonomia dei singoli istituti scolastici, che dovranno arrangiarsi come possono e con poche briciole di finanziamento straordinario. Il ministero dà qualche suggerimento: “riconfigurazione del gruppo classe in più gruppi”, “turni differenziati”, “apertura delle scuole il sabato”… Sono indicazioni che hanno il sapore di una beffa. Nessun distanziamento sarà possibile con queste misure palliative: con i pochi soldi stanziati non ci saranno né gli spazi né il personale docente per una riduzione gruppi classe in piccoli gruppi, misura necessaria per contenere i rischi di contagio.
Due sono le misure sanitarie imprescindibili per la scuola pubblica: la prevenzione e il controllo clinico. I lavoratori devono poter lavorare in condizioni di minimizzazione consapevole del rischio di esposizione a contagio. Non siamo d’accordo con il metodo truffaldino dei protocolli sicurezza, congegnati in modo da addossare all'incolpevole lavoratore tutte le responsabilità di un eventuale contagio.

Sono necessari: il frazionamento delle classi pollaio in unità didattiche di cinque, massimo dieci bambini o studenti e la rotazione delle insegnanti; praticare lezioni in aule di cubatura proporzionata, ove possibile all’aperto (quindi, è necessario assumere il quadruplo del personale attualmente in organico); abituare i bambini e i ragazzi all'igiene personale e collettiva  e la loro speciale applicazione in corso di epidemia; estendere il controllo clinico non solo ai bambini e ai ragazzi ma anche ai loro nuclei familiari o, in assenza, ai contesti di provenienza (tamponi e test immuni periodici); controlli periodici del medico competente per tutti i lavoratori della scuola.
 
Le responsabilità del riformismo
In queste settimane si sono svolte diverse manifestazioni a sostegno della riapertura delle scuole. Chi partecipa a queste manifestazioni lo fa per un motivo giusto: è impossibile pensare di sopravvivere ancora altri mesi con le scuole chiuse, tanto più se le lavoratrici e i lavoratori sono costretti a rientrare in fabbrica o in ufficio. Al contempo, si tratta di manifestazioni che presentano una piattaforma insufficiente: si propone la semplice riduzione del tempo scuola (lezioni da 40 minuti), un numero di assunzioni di personale irrisorio rispetto alle reali necessità e, soprattutto, non si dice nulla sulla necessità di trovare nuovi spazi e modalità per svolgere le lezioni in reale sicurezza.
La verità è che dietro queste piattaforme insufficienti vi è lo zampino delle forze politiche e sindacali riformiste e burocratiche. Ci riferiamo all’area politica “di sinistra” che sta appoggiando il governo e alla direzione della Cgil: mentre sostengono attivamente il governo, vogliono far credere che sia possibile aprire le scuole in sicurezza con qualche piccolo accorgimento o qualche truffaldino “protocollo sulla sicurezza”.
Il governo Conte gode dell’appoggio di partiti che si richiamano alla sinistra e al movimento operaio: è l’area che fa riferimento ai parlamentari di Leu, una galassia che va da Sinistra italiana (che ha un sottosegretario proprio all’Istruzione: De Cristofaro) ad Articolo 1 (a cui appartiene nientemeno che il ministro della Sanità Speranza). È un’area che ha legami stretti con settori dell’apparato Cgil ma che mantiene un’interlocuzione anche con le direzioni del sindacalismo conflittuale. È vergognoso che un’area politica che si richiama alle ragioni dei lavoratori e dei movimenti continui a sostenere un governo antioperaio, razzista (vedi Decreti Salvini mai aboliti), che sta affamando ed esponendo al rischio di contagio milioni di proletari.
In relazione alla scuola, quest’area “di sinistra” rischia di rendersi complice di un’operazione criminale. A differenza di quello che propongono, non bastano piccoli accorgimenti per aprire le scuole in sicurezza, serve una trasformazione radicale degli spazi, dei numeri del personale, delle modalità di insegnamento. Qualsiasi soluzione al ribasso avrà una conseguenza scontata: le scuole a settembre si trasformeranno in tanti potenziali focolai epidemici!

Quale soluzione?
La piattaforma che qui proponiamo è l’unica che potrà permettere, forse, una riapertura delle scuole:
- Assunzione immediata (senza inutili dispendiosi concorsi) di tutti i precari (insegnanti e Ata) nelle graduatorie per permettere l’aumento del personale di centinaia di migliaia di unità.
- Riduzione dell’orario di lavoro dei lavoratori della scuola a parità di salario al fine di ridurre al minimo il rischio di contagio: le ore di lezioni potranno essere distribuite col nuovo personale assunto. In particolare, nella scuola dell’infanzia e primaria le classi non dovranno superare il numero di 5 alunni (massimo 10 alle medie inferiori e superiori) e gli insegnanti, dotati dallo Stato di tutti i necessari Dpi, non dovranno lavorare in presenza per più di due ore al giorno.
- Utilizzo esclusivo nella didattica a distanza o nel telelavoro di tutto il personale a rischio (over 55 anni o con patologie pregresse).
- Ristrutturazione di tutti gli edifici scolastici, requisizione di spazi privati (ville, parchi, palazzi, case sfitte, case di proprietà dei capitalisti non utilizzate o utilizzate come terze o quarte case, ecc) e utilizzo delle centinaia di caserme delle Forze armate in tutto il territorio nazionale, al fine di poter utilizzare gli spazi per le lezioni (anche utilizzando quando possibile spazi all’aperto), garantendo un reale distanziamento.
- Acquisto di nuove tecnologie e dotazioni informatiche (maxischermi, impianti di amplificazione, computer individuali per ogni studente, ecc.) al fine di poter svolgere, soprattutto nella scuola secondaria, lezioni di qualità con reale distanziamento.
- Sanificazione quotidiana degli edifici con utilizzo di ditte specializzate e monitoraggio sanitario settimanale con tamponi gratuiti per tutti (studenti e personale).
- Dotazione gratuita per studenti e personale scolastico di mascherine realmente protettive, dispositivi per proteggere le congiuntive, guanti.
- Potenziamento del trasporto pubblico, urbano ed extraurbano, al fine di garantire reale distanziamento sui mezzi pubblici (non più di 10 persone per ogni bus o pullman fino alla fine dell’epidemia).
- Chiusura di tutte le fabbriche che non producono beni assolutamente necessari alla collettività con retribuzione al 100% del personale: gli operai e le operaie potranno così decidere se mandare o meno a scuola i loro figli o se optare, invece, per la didattica a distanza.
- Fino alla fine dell’epidemia, possibilità per tutti i lavoratori - del pubblico, del privato, autonomi - di poter decidere di sospendere l’attività lavorativa con retribuzione pari al salario medio di un operaio laddove decidessero di non mandare i figli a scuola (infanzia, primaria, medie inferiori) ma di tenerli a casa. La stessa possibilità di scelta dovrà essere lasciata agli studenti delle scuole superiori, che potranno scegliere tra il ritorno a scuola o la didattica a distanza.
- Agli studenti o alle famiglie che opteranno per la didattica a distanza dovranno essere garantite reali condizioni per una didattica di qualità (collegamento internet, dispositivi efficienti, ecc.).
- Monitoraggio della condizione delle donne, al fine di stabilire che l’eventuale scelta di seguire i figli a casa non sia imposta alle donne ma una loro effettiva libera scelta.
Sembrano soluzioni ambiziose, ma non lo sono: sono stati elargiti ben 500 miliardi alle grandi aziende miliardarie. Inoltre, si continuano a spendere miliardi per inutili spese militari e si regalano fondi alle scuole private (che andrebbero invece statalizzate). La verità è che il governo difende il capitale privato e lascia all’ultimo posto un bene pubblico fondamentale come la scuola.  
È un programma che è attuabile solamente da un governo che ponga la salute delle masse prima di altre esigenze economiche, prima cioè delle esigenze del profitto e del mercato dei grandi gruppi capitalistici. È un programma che può attuare solo un governo operaio, dei lavoratori e delle lavoratrici, che non sacrifichi l’istruzione pubblica sull’altare del profitto: è il governo per il quale lottiamo.

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