Partito di Alternativa Comunista

Ilva di Taranto alle battute finali La mobilitazione operaia è la sola via d’uscita

Ilva di Taranto alle battute finali

La mobilitazione operaia è la sola via d’uscita

 

 

 

di Alberto Madoglio

 

 

 

Salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, pare che la vicenda dell’ex Ilva di Taranto sia giunta al suo tragico epilogo. Tragico perché altre decine di migliaia di disoccupati (tra dipendenti diretti e dell’indotto) andranno ad aggiungersi alle centinaia di migliaia che la crisi economica, accelerata dal Coronavirus, sta lasciando come «regalo» ai lavoratori del Paese.

 

Accordo settembre 2018: la strada verso il burrone

La drammaticità dell’evento purtroppo non è un fulmine a ciel sereno. In un articolo apparso sul nostro sito nel settembre del 2018, denunciavamo che l’accordo siglato tra governo, sindacati e nuovi proprietari dell’ex Ilva, la multinazionale indiana Accelor Mittal, sarebbe stato foriero di disastri.
Ai nuovi padroni veniva data sostanzialmente mano libera: immunità penale, riduzione di personale (3000 lavoratori in meno su 14000), finanziamenti statali per la riconversione ambientale, gestione delle eventuali pendenze legali a carico dello Stato, che si sarebbe dovuto accollare anche il costo della cassa integrazione degli operai che all’epoca non venivano assunti dalla Newco. Segnalavamo che, per quanto riguardava l’assunzione entro il 2023 dei lavoratori in cigs, gli obblighi a carico dei padroni erano tutt’altro che vincolanti: «Le promesse di assunzione per chi nel 2023 non avrà accettato pochi spiccioli di buona uscita sono scritte sulla sabbia, e i casi di Alitalia e Termini Imerese sono lì a provarlo».(1) Nello stesso articolo prevedevamo che «I segnali di rallentamento dell’economia mondiale […] ci dicono che i nodi strutturali dell’economia italiana verranno al pettine tutti in un colpo solo».
Nessuna capacità divinatoria, solo un’analisi di classe della società capitalista, nazionale e globale. Ora questi nodi si sono palesati.
La pandemia ha fatto precipitare la situazione. Covid, guerra commerciale Usa-Cina, tensioni nei mercati delle materie prime, sono stati un mix esplosivo.
Mittal, dopo settimane di tentennamenti, ha presentato un piano industriale assolutamente provocatorio: altre migliaia di esuberi, conferma che gli operai in cassa integrazione non torneranno né ora né mai al lavoro, produzione ridotta a 5/6 milioni di tonnellate di acciaio. In parole povere una proposta fatta solo per essere respinta e per giustificare l’ormai certo disimpegno dall’affare ex Ilva.
Governo e sindacati sono in preda al panico. Avevano salutato l’accordo del 2018 come la prova della volontà di tutelare salute, ambiente e lavoro, in una città martoriata da decenni su tutti e tre i versanti prima citati. In particolare i 5Stelle si erano intestati la vittoria e ora appaiono in difficoltà in quanto a loro viene addebitato il disastro prossimo venturo. E non potrebbe essere altrimenti.
Nella stessa condizione si trovano le burocrazie sindacali. Il leader della Fim Cisl, Marco Bentivogli, vero crumiro in servizio permanente effettivo, accusa il governo di aver dato alibi alla multinazionale per il suo disimpegno, avendo cancellato dopo l’accordo del 2018 l’immunità penale pensata ad hoc per Mittal. In verità già la legislazione ordinaria dà ampie garanzie in tal senso ai padroni, quindi in punta di diritto il problema non si pone. Nessuno però chiede a quello che viene descritto come una delle menti più brillanti del sindacalismo moderno di fare un bilancio del suo operato, dato che gli accordi da lui sottoscritti e difesi sono stati regolarmente disattesi dai padroni (si vedano i vari accordi in Fca).
Ma il problema più grande rischiano di averlo la Fiom e la Cgil. L’accordo era stato propagandato come un successo della nuova segreteria Landini, la prova di come una Cgil “fiommizzata” avrebbe finalmente difeso i lavoratori. Risultato? Fallimento su tutta la linea.
Infine non dimentichiamo che anche la direzione di Usb, sindacato che si dice di lotta e conflittuale, all’epoca dell'accordo si era accodata alla Triade confederale.

 

Illusione borghese o concretezza proletaria

Le soluzioni che si stanno mettendo in campo rischiano di essere la classica toppa peggiore del buco. Il governo, per bocca del Ministro Patuanelli, spinge per un ingresso dello Stato nell’azienda. In questo progetto ha ricevuto un assist dal Commissario europeo Timmersamn, il quale ha affermato che l’Italia può usare i fondi europei per salvare il gruppo siderurgico. Se a ciò aggiungiamo che in caso di rescissione dal contratto di acquisto Mittal dovrebbe pagare 500 milioni di penale (ma non si può escludere che la cifra aumenti, per evitare che la multinazionale sia costretta a una lunga battaglia processuale per inadempienza), il cerchio pare avere trovato la sua quadratura: i capitalisti pagano, lo Stato interviene.
In realtà se ciò si verificasse sarebbe un trucco da due soldi che a breve verrebbe smascherato. È chiaro che lo Stato interverrebbe usando soldi incassati con le tasse di lavoratori e pensionati per cercare di sistemare i conti dell’azienda, garantire in qualche modo la continuità aziendale, e poi vendere, o meglio svendere ai privati, magari qualche “eroico” capitalista tricolore, la fabbrica risanata, certamente sgravata degli operai considerati in esubero, che, come nel caso Alitalia, verrebero scaricati sulle finanze pubbliche, giustificando tagli in altri rami dell’ormai sempre più disastrato stato sociale.
Non è questa la “nazionalizzazione” di cui hanno bisogno i lavoratori. L’unica soluzione realistica è quella dell’esproprio senza indennizzo sotto controllo operaio non solo dell’Ilva ma di tutte quelle acciaierie in crisi e prossime alla chiusura (Trieste, Piombino, Terni) per la creazione di un polo siderurgico nazionale gestito dai lavoratori che, non rispondendo alla logica del profitto, possa coniugare, in questo caso sì, salute, lavoro e tutela ambientale.Nessuna fiducia deve essere accordata all’azione di un governo che agisce nel solo interesse dei capitalisti. Nessuna attesa messianica di un padrone buono, che abbia a cuore le sorti delle imprese nazionali. Arvedi, Marcegaglia, gli Elkann/Agnelli sono la prova vivente di quanto i padroni nostrani siano tra i più spietati quando si tratta di salvaguardare i loro profitti.
Questa è la parola d’ordine sulla quale deve essere gestita la vertenza di Taranto. Parola d’ordine che sarebbe in grado di mobilitare non solo i lavoratori della siderurgia, ma tutti i lavatori che, nei vari rami della produzione asservita al profitto, stanno vivendo situazioni simili.
Lo sciopero del 9 marzo è stato un momento importante, ma perché non sia solo un momento di visibilità usato per gli interessi delle burocrazie sindacali, e per consentire loro di nascondere le colpe della situazione attuale, deve rappresentare l’inizio di una lotta senza tentennamenti del lavoro contro il dominio del capitale.

 

 

NOTE

1) “Ilva di Taranto: ennesimo accordo sulla pelle degli operai”, 10 ottobre 2018, https://www.partitodialternativacomunista.org/articoli/sindacato/-ilva-di-taranto-ennesimo-accordo-sulla-pelle-degli-operai

 

 

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