Partito di Alternativa Comunista

I cosiddetti «rientri spontanei» delle donne ucraine

I cosiddetti «rientri spontanei» delle donne ucraine

 

 

di Laura Sguazzabia

 

 

Dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina sono milioni i profughi in movimento verso altri Paesi alla ricerca di sicurezza (senza considerare tutti gli spostamenti interni dalle zone interessate dai combattenti a quelle più sicure). Per lo più si tratta di donne, bambini e anziani in grado di muoversi. Tuttavia, dalla metà di aprile circa, stiamo assistendo a un fenomeno nuovo per uno scenario di guerra: molti di queste donne e di questi bambini stanno facendo ritorno nelle loro case, nonostante la fine del conflitto sembri ancora lontana.

 

Perché tornano?

Secondo un report del Servizio di guardia dei confini ucraini, sono circa 30.000 le persone che ogni giorno ritornano in Ucraina, per lo più donne e bambini, a differenza di quanto avveniva i primi giorni del conflitto quando erano gli uomini in maggioranza a rientrare in patria per prendere le armi e arruolarsi tra le fila dell’esercito. Anche i volontari nel villaggio polacco di Medyka al confine con l’Ucraina hanno confermato al Guardian di aver visto intensificarsi il flusso di persone che torna. Una situazione confermata anche dalle associazioni italiane: secondo le stime si è arrivati al 25% di rientri sugli arrivi settimanali.
Le ragioni che spingono queste persone a tornare in Ucraina, un Paese ancora in guerra, sono diverse. C’è chi torna perché il conflitto si è spostato in zone diverse dalla sua residenza. C’è chi torna per ricongiungersi con i familiari. C’è invece chi torna semplicemente perché vuole tornare, nonostante tutto. Ma soprattutto sono tante le donne che tornano, pur conoscendo bene i rischi cui vanno incontro, perché non sanno come fare a rimanere all’estero a lungo senza fonti economiche di sussistenza.
La ragione principale di questi rientri è proprio legata alla questione economica. Perché i Paesi stranieri che hanno accolto non riescono a garantire una collocazione stabile: la fase dell’accoglienza è breve e riguarda i beni essenziali, su tempi più lunghi l’attenzione diminuisce. La speranza di molti era che questa guerra sarebbe durata poco ma ora che ci si è resi conto che andrà avanti a lungo, molte donne hanno deciso di ritornare perché non hanno la possibilità economica - né è stata loro offerta - di rimanere all’estero per diverso tempo. Preferiscono tornare sotto le bombe che restare a vivere in pace di stenti e di elemosina.
E su questi cosiddetti «rientri spontanei» si è levato il coro dei complimenti per il coraggio e la dignità dimostrati. I soliti luoghi comuni di benpensanti borghesi che plaudono al coraggio e alla dignità di queste donne come se questo potesse davvero metterle al sicuro dagli stupri, dalle bombe o dalla morte, e che non guardano - o fanno finta di non vedere - le responsabilità di un sistema che assiste in silenzio all’aggressione dell’Ucraina e si lava la coscienza con un’accoglienza di facciata.

 

La burocrazia è il vero problema!

A giustificazione dei problemi connessi alla permanenza su territori stranieri, c’è la lentezza della burocrazia che impedisce a molte profughe di accedere in tempi rapidi alla protezione temporanea e quindi agli aiuti statali. Ma di lentezza a voler vedere ce n’è stata davvero tanta, precedente alla guerra in Ucraina. In Italia, per esempio, ci sono tantissime lavoratrici ucraine che ancora aspettano il permesso di soggiorno dalla sanatoria dell’estate 2020. L’Italia è il primo Paese europeo per presenza di cittadini ucraini: 236.000 persone, di cui il 77,6% donne e il 65% impiegato nei servizi alla persona. Il decreto rilancio del 2020, in piena emergenza pandemia, aveva aperto le porte della regolarizzazione a oltre 200.000 lavoratori, di cui l’85% solo nel settore domestico. Ma la norma prevedeva che chi era in attesa del permesso di soggiorno non potesse lasciare il territorio nazionale. Il problema è che, mentre nelle prefetture le pratiche vengono evase a rilento, chi ha fatto richiesta da quasi due anni è di fatto bloccato in Italia. E con lo scoppio della guerra la situazione si è aggravata. Soprattutto considerando il fatto che quella ucraina, con 18.639 domande arrivate, è la prima nazionalità tra i lavoratori che hanno aderito alla sanatoria nel settore domestico per uscire dal lavoro nero.
Molte di queste donne, assunte dalle famiglie italiane come colf e badanti, vorrebbero uscire dall’Italia per raggiungere figli e parenti in fuga dalle bombe russe e portarli in un posto sicuro. Ma, come detto, la norma prevede che non possano lasciare l’Italia fino alla completa risoluzione della pratica. Pena, il rigetto della richiesta di regolarizzazione. Dall’inizio dell’aggressione russa del 24 febbraio, tante lavoratrici ucraine in Italia non ci hanno pensato due volte e hanno raggiunto i familiari ai confini con la Polonia e l’Ucraina, ben conoscendo il rischio a cui sarebbero andate incontro. Ad aspettarle soprattutto figli minorenni, accompagnati dai padri, a cui la legge marziale impedisce di uscire dal Paese. E al ritorno in Italia, con il timbro sul passaporto, si sono ritrovate punto e a capo. Tante altre lavoratrici ucraine invece sono rimaste bloccate in Italia, in preda all’angoscia per i familiari in pericolo perché qualcuna non se l’è sentita di partire e uscire dal Paese rinunciando al permesso di soggiorno, dopo quasi due anni di attesa.
E anche nei casi in cui i figli minori siano riusciti a raggiungere le mamme nel nostro Paese – spiegano dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) – per lo Stato italiano di fatto queste immigrate irregolari è come se non esistessero, rendendo quindi difficoltosi anche i ricongiungimenti familiari.
Il problema riguarda anche le lavoratrici che hanno chiesto il rinnovo del permesso di soggiorno e sono in possesso del cosiddetto «cedolino» che permette sì di uscire dall’Italia, ma per andare e tornare direttamente dal proprio Paese, senza tappe intermedie. Cosa che non è possibile per gli ucraini che oggi raggiungono i familiari in fuga dalla guerra ai confini polacchi, rumeni o moldavi.

 

Così è il capitalismo

I più colti commentatori potrebbero definire questa situazione kafkiana: da un lato ci si adopera perché fuggano da uno scenario di guerra nel quale nessuno interviene e dall’altro con un represso sospiro di sollievo e con palese compassione si approva il loro «rientro spontaneo» giustificandolo come atto di coraggio e non come una scelta tra un peggio e un altro peggio… da un lato si approva la loro permanenza in Italia ad occuparsi di figli ed anziani altrui e dall’altro si chiede loro di sopportare il distacco non una ma due volte per adeguarsi a leggi che tutelano non i loro interessi ma quelli di altri.
Se non fosse che tutto questo sistema si basa su questo principio kafkiano. Perché le donne ben sanno quanto il capitalismo giochi sulla corda di un ricatto costante tra un peggio e un altro peggio: lo sanno le donne che sono costrette a subire violenze e abusi per non perdere il posto di lavoro o le risorse economiche per sopravvivere; lo sanno le donne che rinunciano a diventare madri perché non potrebbero permettersi un figlio ma che poi vengono colpevolizzate perché non sono madri o peggio ancora per aver abortito; lo sanno le donne che fanno lavori sottopagati, precari e da cui vengono allontanate con facilità dovendo però ringraziare le politiche paritarie che le hanno messe in questa situazione illudendole che si tratti del loro bene…
Non è nelle riforme o nelle decisioni dei governi che possiamo trovare la nostra liberazione dall’oppressione di genere. Nessuno in questo sistema si occupa di noi donne proletarie, e bene purtroppo lo stanno imparando le donne ucraine che con le loro azioni ci stanno però mostrando la strada da seguire: lottare per un cambiamento, a fianco dei nostri compagni, in una lotta comune che ci porti un giorno al rovesciamento del capitalismo e all’instaurazione di un nuovo sistema, il socialismo, che abbatta ogni forma di disuguaglianza, di discriminazione, di ingiustizia per un mondo insomma dove essere «socialmente uguali, umanamente differenti e totalmente liberi».

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