Partito di Alternativa Comunista

Aboliamo l'obiezione di coscienza!

Aboliamo l'obiezione di coscienza!
 


Commissione Lavoro Donne - Pdac
 
 
no obiezione di coscienza
L’applicabilità della legge 194/78 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza), una delle leggi sul tema più avanzate a livello europeo, è negata dalla possibilità di avvalersi dell’obiezione di coscienza ossia di far valere il diritto per il personale medico e sanitario di non praticare interruzioni di gravidanza sulla base di convinzioni ideologiche o religiose (art. 9).
Una situazione nota di cui ci occupiamo da anni e sulla quale, in occasione dell’8 marzo, data nata come giornata di lotta e che tale deve restare, abbiamo deciso di avviare una campagna di mobilitazione, contro l’obiezione di coscienza e per la sua abolizione: se un diritto deve prevalere su un altro, deve essere sicuramente quello delle donne ad autodeterminarsi rispetto al proprio corpo e alla propria sessualità. (1)
 
L’obiezione di coscienza: da opposizione a privilegio
La parola "obiezione" deriva dal latino "obicere", che significa contrapporsi: l'obiezione di coscienza è infatti il rifiuto di obbedienza ad una legge o ad un comando dell'autorità perché considerato in contrasto con i principi e le convinzioni personali radicati nella propria coscienza.
In Italia l’obiezione di coscienza fa la sua comparsa relativamente al servizio militare. Sporadici esempi compaiono già nella prima metà del secolo scorso, ma inizia ad essere un fenomeno politico con il secondo dopoguerra: gli obiettori che iniziano a manifestarsi in quegli anni subiscono per la loro scelta arresti e condanne. Con gli anni cresce il numero di quanti rifiutano la divisa, e alla fine del 1967 si contano 209 obiettori condannati. Viene perseguito anche chi propaganda l’obiezione di coscienza, o manifesta solidarietà agli obiettori.
L’atto dell’obiezione di coscienza si configura come un atto di ribellione pagato a caro prezzo, di chi si oppone ad un obbligo. Tuttavia, nel suo contrapporsi ad una legge dello Stato, l’obiettore non lede la libertà di scelta altrui.
A partire dal 1972, con l’introduzione del servizio civile, il concetto cambia di significato, perlomeno all’interno della giurisprudenza. L’obiezione di coscienza diventa un diritto positivo. La legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza consacra questa nuova interpretazione e cambia il corso della storia dell’obiezione di coscienza in Italia. La legge autorizza invece come espressione della libertà individuale la possibilità di esimersi da compiti connaturati alla professione scelta. Infatti, fare il ginecologo ed esercitare nel pubblico sono una scelta professionale; quindi se l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) è uno dei servizi che la legge garantisce, forse sarebbe stato meglio scegliere un altro lavoro. Anche perché lo sviluppo di questa coscienza e la possibilità di adire all’obiezione di coscienza pare limitata solo all’area sanitaria. Ad esempio, chi decide di fare il penalista e si iscrive volontariamente alle liste di difesa d’ufficio, deve difendere stupratori e assassini rei confessi; se non vuole farlo, sceglie un altro lavoro. Oppure un insegnante ateo che difende la laicità della scuola pubblica ha forse il diritto di fare obiezione di coscienza e di non insegnare in aule con il crocifisso? In quali altre professioni l’obiezione di coscienza può essere addotta quale esonero per non svolgere parte del proprio lavoro?
La causa di questo problema sta nella soluzione stessa che si è cercato di darvi: la stessa 194/78 che all’articolo 9 autorizza tale possibilità senza prevedere conseguenze. Oggi, i medici che non vogliono eseguire le interruzioni di gravidanza o prescrivere un farmaco, non pagano nulla e non rischiano nulla. Eppure si contrappongono a diritti individuali sanciti dalla legge: medici obiettori contro donne che chiedono un servizio previsto dalla legge. Il loro diritto a far valere la propria scelta è diventato così forte da mettere in discussione la libertà altrui al punto da poterlo considerare oggi un privilegio che consente inoltre carriere veloci.
 
La situazione oggi della 194
Secondo quanto contenuto nell’ultima "Relazione sulla attuazione della legge 194/78" del ministero della salute, in Italia l’obiezione di coscienza è in continuo aumento (si parla del 35% delle strutture ospedaliere che non praticano più Ivg) con una media nazionale del 70%.
Ci sono regioni d’Italia dove l’obiezione è ancora più alta. La Calabria sta al 73%, il Veneto al 77%, la Campania all’82%, in Puglia gli obiettori di coscienza sono l’86% del totale, in Sicilia l’87,6 % e nel Lazio l’80%. In Basilicata si è arrivati al 90 % di obiettori e il Molise ha la maglia nera, con il 93,3%, che significa che in quella regione sono solo due i medici che applicano la legge 194 e praticano l’interruzione volontaria della gravidanza. Ma il dato che impressiona di più è che, se si escludono la Valle D’Aosta che sta al 13,3% e la Sardegna che sta al 49,7%, tutte le regioni di Italia sono sopra il 50%, anche le regioni con governi di centrosinistra, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche.
La lettura dei dati diventa anche più preoccupante se, oltre alle percentuali, si prova a prevedere cosa succederà con i pesanti tagli alla sanità pubblica: l’età media dei medici che oggi applicano ancora la 194, è molto alta e si calcola che quando andranno in pensione non ci saranno sufficienti giovani medici per sostituirli. Tra l’altro le nuove generazioni si inseriscono spesso già orientate verso la scelta dell’obiezione per ragioni che non hanno nulla a che vedere con le convinzioni ideologiche o religiose.
L’aspetto più allarmante è che oltre a stratificarsi nella gerarchia ospedaliera con un raggio di copertura che va dal vertice di medici e anestesisti, passando per il personale infermieristico, fino alla base del personale ausiliario, l’obiezione di coscienza si sta estendo anche come campo di applicazione: la scelta non coinvolge più soltanto la pratica dell’Ivg, ma persino la prescrizione di farmaci contraccettivi o di tecniche abortive alternative. L’adozione della RU486, per l’aborto farmacologico meno invasivo di quello chirurgico, è boicottata nei fatti dalla circolare che impone un ricovero più lungo (tre giorni) di quello previsto per l’intervento, con pazienti sottoposte a vere e proprie vessazioni psicologiche e fisiche, umilianti e dolorose (i forum in rete sono pieni di racconti ad esempio di personale obiettore che rifiuta persino la somministrazione di analgesici per lenire i dolori abortivi) e con l’impossibilità ad accedervi a causa della lunga degenza per le lavoratrici precarie, per le minorenni, per le immigrate, spesso non in grado di giustificare assenze prolungate sul posto di lavoro o in famiglia.
Oggi, in Italia, per una donna abortire in un ospedale pubblico con l'assistenza adeguata è quasi impossibile. La percentuale di adesione all’obiezione di coscienza e la conseguente chiusura di numerosi presidi ginecologici, comporta trafile da incubo fra porte sbattute in faccia, pellegrinaggi alla ricerca di medici non obiettori, numeri da prendere al volo, prenotazioni, giornate perse, settimane che passano con il corpo che cambia e la gravidanza che procede inesorabile con conseguenze facilmente immaginabili. Questo significa che praticare l’interruzione di gravidanza è diventato per le donne italiane un percorso ad ostacoli e contro il tempo. La loro possibilità di autodeterminare la propria sessualità sia nella contraccezione sia nella maternità è sottoposta al ricatto di un’altra scelta, quella dell’obiezione di coscienza, frutto di una cultura maschilista che le preferisce succubi e relegate tra le mura domestiche ad accudire forza lavoro per il capitale.
 
La fatica dei non obiettori
E’ strano che per definire i medici che non si sottraggono al loro lavoro, si debba usare una negazione. Categoria sempre più ridotta, i medici non obiettori lavorano in condizioni pesantissime: subiscono discriminazioni sul posto di lavoro e pressioni psicologiche da parte dei colleghi, non riescono a fare carriera in quanto abortisti e del proprio lavoro riescono a cogliere solo un aspetto, ripetendo quotidianamente in serie sempre la stessa operazione.
Eppure, secondo la già citata relazione del ministero della salute, “il numero di non obiettori è congruo rispetto alle Ivg effettuate, e il numero degli obiettori di coscienza non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le Ivg”. I dati infatti dicono che “considerando 44 settimane lavorative in un anno, il numero di Ivg per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, va dalle 0,4 della Valle D’Aosta alle 4,2 del Lazio, con una media nazionale di 1,4 a settimana”.
Insomma, il modo istituzionale per capire se la legge 194 è applicabile ed applicata è di misurare quanto lavorano i non obiettori: il fatto che ci sia una percentuale altissima di medici obiettori non ostacola il servizio e non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre mansioni. Una distorsione che, oltre a contrastare con il comune buon senso, è in netta contraddizione con le testimonianze dei non obiettori e con le esperienze delle donne che hanno abortito. Tutto quello che questi dati nascondono in termini di dolore, frustrazione e violazione dei più elementari diritti umani e civili, non attengono alla sfera di interesse del governo.
 
La strumentalizzazione della 194/78
In questi giorni la notizia della inapplicabilità della 194 rimbalza sulle prime pagine dei giornali e in rete a causa di una sentenza del Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d'Europa che ha ripreso l’Italia perché le donne che cercano accesso ai servizi di aborto continuano ad avere di fronte una sostanziale difficoltà nell'ottenere l'accesso a tali servizi nella pratica, nonostante quanto è previsto dalla normativa, e perché medici e personale medico che non hanno optato per l'obiezione di coscienza in materia di aborto sono vittime di diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti e, dunque, professionalmente discriminati.
I protagonisti della vicenda sono a nostro avviso singolari e curiosi: da un lato la Cgil, il maggior sindacato confederale italiano, ormai asservito alle regole della democrazia borghese, rappresentato dalla figura della sua segretaria, Susanna Camusso, e dall’altro la ministra della salute, Lorenzin, che si dice scandalizzata della strumentalizzazione fatta dalla Cgil dei dati presentati nell’ultima Relazione sull’attuazione della legge 194/78.
Singolari e curiosi i protagonisti perché pur trattandosi di due donne, nel loro agire non lasciano intravedere nulla di realmente legato alla tutela dei diritti femminili. Susanna Camusso, oggi paladina del diritto di aborto per le donne italiane, dimentica di essere la firmataria di accordi vergognosi per la condizione lavorativa delle donne in Italia (senza scordare l’accettazione di fatto e senza lottare dell’innalzamento dell’età pensionistica), mentre per il suo stesso ruolo la ministra Lorenzin non può che avallare una serie di procedure volte a limitare o a cancellare i diritti delle donne residenti in Italia. Come dire che non basta essere donne per difenderne gli interessi. Il sistema capitalistico cui entrambe le protagoniste (involontarie!) di questa vicenda sono asservite, non può e non vuole concedere alle donne la libertà necessaria per il raggiungimento della loro autonomia economica, politica, culturale e sessuale. Anzi, a partire dall’ambito sanitario fino a quello lavorativo e familiare, ne restringe sempre più gli spazi di azione sottoponendole ad una fatica e ad una violenza doppia rispetto agli uomini.
 
Aboliamo l’obiezione di coscienza, ennesima forma di violenza contro le donne!
La società capitalista condanna le donne che praticano l'aborto. Questa stessa società che le condanna, ha svilito la sessualità femminile in ambito pubblico e privato, ha prostituito la donna e la utilizza come oggetto sessuale e, allo stesso tempo, la censura quando esercita liberamente la sua sessualità. La maggior parte dei Paesi non garantisce un'adeguata educazione sessuale nelle scuole, né distribuisce gratuitamente gli anticoncezionali. Alle donne si chiede di essere sottomesse mediante false ideologie della classe dominante e dei settori più conservatori della società; in maniera cosciente si negano loro la conoscenza ed il controllo del proprio corpo, della sessualità e della riproduzione, non solo per mantenere il maschilismo come meccanismo di oppressione, ma anche per perpetuare lo sfruttamento della mano d'opera femminile che è più economica di quella maschile. Le donne della classe lavoratrice e dei settori più poveri della società, condannate ad avere gravidanze indesiderate, non possono garantire le minime condizioni materiali ed emotive per un giusto sviluppo armonico di questi figli. Il sistema capitalista condanna questi bambini a diventare facile preda dei peggiori mali della società: criminalità, tossicodipendenza, disoccupazione.
Il numero di aborti clandestini e delle morti di donne in relazione alla gravidanza conferma che le posizioni che criminalizzano l'aborto e che sostengono di difendere la vita non sono altro che ipocrisia. E' deleterio in particolare il ruolo della Chiesa cattolica - piena di soggetti che abusano di donne e bambini - che non solo contrasta la legalizzazione dell'aborto, ma anche l'uso del preservativo, condannando i suoi giovani seguaci al contagio dell'Aids.
D'altra parte, con posti di lavoro precari, gli unici cui ha accesso la stragrande maggioranza delle giovani lavoratrici, la gravidanza è causa immediata di licenziamento. Si tratta di un'altra forma di violenza contro le donne che vogliono essere madri.
Il Partito di Alternativa Comunista, sezione italiana della Lit-Quarta Internazionale, pur riconoscendo la necessità di estendere e garantire il diritto di aborto al di là dei limiti della 194, si batte per garantirne l’applicazione in tutti gli ospedali attraverso l'abolizione dell'obiezione di coscienza e l'introduzione delle migliori tecniche per la salvaguardia della salute delle donne (pillola abortiva), per l’estensione alle minorenni del ricorso all’Ivg senza autorizzazione genitoriale o dei tribunali borghesi, per l’accesso gratuito e senza prescrizione medica alla "pillola del giorno dopo" (senza l'obiezione di coscienza dei farmacisti), per l'esclusione del Movimento per la vita e delle altre associazioni antiabortiste dai consultori e dai reparti di ginecologia, per il potenziamento dei servizi pubblici a supporto delle donne, abolendo ogni finanziamento ai servizi privati e del privato sociale, per la sostituzione a scuola dell'ora di religione con un'ora di educazione alla sessualità, alla contraccezione e alla salute, per il controllo delle lavoratrici, delle giovani e delle immigrate sull'erogazione e la gestione di tali servizi.
 
Note
(1) Si veda l’appello sul sito Pdac: http://www.alternativacomunista.it/content/view/2282/47/

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